…Siate luce nel mondo2

Sì, lo so, leggere di queste vite così luminose può lasciare in qualcuno l’idea che siano irraggiungibili. Possono venire in mente pensieri del tipo, “io non ne sarei mai capace” e creare un senso di distanza nei confronti di questi grandi gesti eroici.

La buona notizia è che il Signore non ci chiede di fare qualcosa che non possiamo fare, ma ci chiede di vivere la chiamata di amore verso di Lui soprattutto nel piccolo, nel quotidiano. Basti vedere la vita di nostro Signore: durante 30 anni si è svolta nell’anonimato, nel fare bene il proprio lavoro, nell’amare Dio nella quotidianità, e vivere intensamente soltanto 3 anni di vita pubblica, quella riassunta nei Vangeli, per arrivare all’atto eroico e grandioso della Croce.

Io credo che ad ognuno di noi sia capitato di vivere delle giornate dure e faticose e di sentirsi oppressi dagli impegni, e penso che queste situazioni vadano prese come la palestra in cui il Signore ci permette di allenarci per crescere nella Fede, nella Fiducia e nell Umiltà.

Proprio così! Se ci alleniamo quotidianamete a seguire il Signore in quelle che sono le piccole prove allora ci faremo i “muscoli” spirituali per seguirlo nelle grandi.

Infatti non a tutti è chiesto di essere martiri o anime vittime, ma ad ognuno è chiesta la Santità e come farebbe un Padre buono, come Dio è con noi, a chiederci qualcosa che non possiamo raggiungere?

Quindi la buona notizia è che se ci chiede questo, vuole dire che lo possiamo fare: ovviamente Lui non ci farà mancare il Suo aiuto, senza il quale possiamo veramente poco.

Così, continuando nell’idea che tutti noi abbiamo bisogno di buoni esempi di chi ce l’ha fatta, andrò avanti presentando altre anime luminose che hanno brillato in questi ultimi anni.

Ecco chi nel curare il prossimo ha curato il Signore, facendo del proprio lavoro una via di Santità!

GIANNA BERETTA MOLLA
(4 ottobre 1922, Magenta Decesso – 28 aprile 1962, Monza)

Gianna Beretta nacque a Magenta (diocesi e provincia di Milano) il 4 ottobre 1922, decima dei 13 figli dei coniugi Alberto Beretta e Maria De Micheli.

Già dalla fanciullezza accoglie con piena adesione il dono della fede e l’educazione Molla1limpidamente cristiana, che riceve dagli ottimi genitori e che la portano a considerare la vita come un dono meraviglioso di Dio, ad avere fiducia nella Provvidenza, ad essere certa della necessità e dell’efficacia della preghiera.

La Prima Comunione, all’età di cinque anni e mezzo, segna in Gianna un momento importante, dando inizio ad un’assidua frequenza all’Eucaristia, che diviene sostegno e luce della sua fanciullezza, adolescenza e giovinezza.

In quegli anni non mancano difficoltà e sofferenze: cambiamento di scuole, salute cagionevole, trasferimenti della famiglia, malattia e morte dei genitori. Tutto questo però non produce traumi o squilibri in Gianna, data la ricchezza e profondità della sua vita spirituale, anzi ne affina la sensibilità e ne potenzia la virtù.

Negli anni del liceo e dell’università è giovane dolce, volitiva, e riservata, e mentre si dedica con diligenza agli studi, traduce la sua fede in un impegno generoso di apostolato tra le giovani di Azione Cattolica e di carità verso gli anziani e i bisognosi nelle Conferenze di San Vincenzo. Laureata in Medicina e Chirurgia nel 1949 all’Università di Pavia, apre nel 1950 un ambulatorio medico a Mesero (un comune del Magentino); si specializza in Pediatria nell’Università di Milano nel 1952 e predilige, tra i suoi assistiti, mamme, bambini, anziani e poveri.

Molla2Mentre compie la sua opera di medico, che sente e pratica come una «missione», accresce il suo impegno generoso nell’Azione Cattolica, prodigandosi per le «giovanissime» e, al tempo stesso, esprime con gli sci e l’alpinismo la sua grande gioia di vivere e di godersi l’incanto del creato. Si interroga, pregando e facendo pregare, sulla sua vocazione che considera anch’essa un dono di Dio. Scelta la vocazione al matrimonio, l’abbraccia con tutto l’entusiasmo e s’impegna a donarsi totalmente «per formare una famiglia veramente cristiana».

Si fidanza con l’ing. Pietro Molla e vive il periodo del fidanzamento, nella gioia e nell’amore. Ringrazia e prega il Signore. Si sposa il 24 settembre 1955 nella basilica di San Martino in Magenta ed è moglie felice. Nel novembre 1956 è mamma più che felice di Pierluigi; nel dicembre 1957, di Mariolina; nel luglio 1959, di Laura. Sa armonizzare, con semplicità ed equilibrio, i doveri di madre, di moglie, di medico, e la gran gioia di vivere.

Nel settembre 1961, verso il termine del secondo mese di gravidanza, è raggiunta dalla sofferenza e dal mistero del dolore; insorge un fibroma all’utero. Prima del necessario intervento operatorio, pur sapendo il rischio che avrebbe comportato il continuare la gravidanza, supplica il chirurgo di salvare la vita che porta in grembo e si affida alla preghiera e alla Provvidenza. La vita è salva, ringrazia il Signore e trascorre i sette mesi che la separano dal parto con impareggiabile forza d’animo e con immutato impegno di madre e di medico. Trepida, teme che la creatura in seno possa nascere sofferente e chiede a Dio che ciò non avvenga.

Alcuni giorni prima del parto, pur confidando sempre nella Provvidenza, è pronta a donare la sua vita per salvare quella della sua creatura: «Se dovete decidere fra me e il bimbo, nessuna esitazione: scegliete – e lo esigo – il bimbo. Salvate lui». Il mattino del 21 aprile 1962, dà alla luce Gianna Emanuela e il mattino del 28 aprile, nonostante tutti gli sforzi e le cure per salvare entrambe le vite, tra indicibili dolori, dopo aver ripetuto la preghiera «Gesù ti amo, Gesù ti amo», muore santamente.

Aveva 39 anni. I suoi funerali furono una grande manifestazione unanime di MOLLA3commozione profonda, di fede e di preghiera.

Fu sepolta nel cimitero di Mesero, mentre rapidamente si diffondeva la fama di santità per la sua vita e per il gesto di amore e di martirio che l’aveva coronata.

«Meditata immolazione», così Paolo VI ha definito il gesto della beata Gianna ricordando, all’Angelus domenicale del 23 settembre 1973, «Una giovane madre della diocesi di Milano che, per dare la vita alla sua bambina sacrificava, con meditata immolazione, la propria». È evidente, nelle parole del Santo Padre, il riferimento cristologico al Calvario e all’Eucaristia.

Fu beatificata da Giovanni Paolo II il 24 aprile 1994, nell’Anno Internazionale della Famiglia.
Il 16 maggio 2004, Sua Santità Giovanni Paolo II, in Piazza San Pietro a Roma, ha proclamato Gianna Santa.

fonte

VITTORIO TRONCATELLI
(Spello, Perugia, 26 aprile 1944 – Cenerente, Perugia, 24 giugno 1998)

“Se avessi avuto soldi, case, barche cosa avrei portato via adesso? Invece porto con me l’amore che abbiamo dato”. Sono le poche parole del testamento morale di Vittorio Trancanelli, medico perugino che ha dedicato la vita alla professione e all’accoglienza dei bisognosi, di cui ricorreranno i vent’anni dalla morte il prossimo giugno.

Chirurgo e ricercatore stimato, studioso e “santo della sala operatoria”, per la moglie Lia era semplicemente “un uomo giusto”. Il tribunale ecclesiastico, invece, è alla ricerca di un suo miracolo che possa farlo progredire sulla scala della santità, già imboccata un anno fa con la proclamazione a “venerabile”.

“Stiamo vagliando alcuni casi”, commenta laconico Enrico Solinas, giudice laico del tribunale ecclesiastico dell’Umbria e postulatore della causa di beatificazione.

Tutti i dettagli, che saranno messi alla prova da organi ecclesiastici e da una commissione medica, restano però sotto il velo di segretezza che copre la fase istruttoria.

Trancanelli nasce a Spello, diventa medico a Perugia nel ’69 e si specializza in chirurgia generale. La medicina diventa la sua preghiera laica. “Ha consumato la sua vita chino in sala operatoria”, ricorda la vedova. Poco dopo arriva la malattia.

Una colite ulcerosa, che lo porta quasi alla morte proprio mentre la moglie è ricoverata nello stesso ospedale, in attesa di Diego, unico figlio naturale della coppia. Vittorio si salva, ma porterà una ileostomia per il resto della vita.

“Non se ne lamentava mai, io stesso non ne sapevo niente. Ne parlava solo a quei pazienti, affetti dalla stessa malattia, che lui avrebbe operato”, dice Fausto Santeusanio, amico intimo di Trancanelli ed ex docente di endocrinologia all’Università di Perugia.

Casa Trancanelli diventa luogo di ospitalità per i bambini provenienti da famiglie in difficoltà.

La coppia avrà sette figli in affidamento e per estendere l’opera di accoglienza dei bisognosi fonderà poi l’associazione “Alle querce di Mamre”, ispirata ad un passo della Bibbia.

Il chirurgo si dedica al lavoro, alla famiglia e ai suoi interessi. Lo studio e le pubblicazioni in campo medico, i testi sacri in lingua originale, la cultura ebraica antica, l’etruscologia. “Per riposarsi – commenta la signora Lia – passava da una disciplina all’altra. Dormiva poco, 4-5 ore a notte”.

Le condizioni di salute si fanno di nuovo gravi. In un frammento di intestino lasciato nell’intervento di vent’anni prima si è sviluppato un tumore che non gli lascerà scampo. Muore qualche mese dopo, nel giugno del ’98.

“Mi piace poter pensare mio marito – è il pensiero della moglie – come un piccolo San Francesco. Nato vicino ad Assisi, figlio di un commerciante, di madre straniera, amante della povertà. Ricordo che dovevo comprargli i vestiti di nascosto. Ai convegni i colleghi portavano per lui una giacca elegante e una cravatta, perché senza non si poteva entrare agli eventi correlati”.

“Un santo laico” è invece la sintesi di Giuseppe Chiaretti, ex arcivescovo di Perugia.

“Ha già un fama di santità vasta, arrivano email da varie parti del mondo per chiedere una sua immagine”, rivela il giudice Solinas.

A Perugia gli sono state dedicate una strada, due scuole nella provincia ed il blocco operatorio di Chirurgia d’urgenza del Santa Maria della Misericordia. Di recente la salma è stata tradotta nello stesso ospedale e qualcuno ha scritto “ben tornato Vittorio” nei registri dedicati alla richiesta delle grazie.

“In molti, medici e pazienti, lo pregano prima di entrare in sala operatoria”, dice la moglie. Tanto da essere considerato come un “patrono” dei medici di Perugia. “Adesso Vittorio – assicura la signora Lia – lavora più di prima”.

fonte

ALESSANDRO NOTTEGAR
(Verona, 30 ottobre 1943 – 19 settembre 1986)

La famiglia, mettendolo a scuola dai Serviti, non vedrebbe male che diventasse prete, o nottegar4almeno non si opporrebbe; anche i formatori del seminario sono convinti che il sacerdozio possa essere la strada di Alessandro Nottegar.
Un po’ meno convinto è lui, che dopo un lungo e sereno discernimento, conclude che la sua strada è invece il matrimonio. Non tanto perché nel frattempo ha messo gli occhi su Luisa Scipionato, piuttosto perché ha maturato la convinzione che «anche gli sposi sono chiamati alla santità» e quindi anche nel matrimonio può mettere la sua vita al servizio degli altri.
Si sposano nel 1971 e, ricorda adesso Luisa, «il nostro sogno già da fidanzati era andare in missione in Africa». Nei primi anni di matrimonio lei è ben contenta di lavorare e mantenere la famiglia perché il suo uomo possa laurearsi in medicina.
Nel 1978, appena laureato e con il massimo dei voti, dimostra subito che non gli interessano né i soldi né la carriera: con la moglie e due figlie al seguito parte per il Brasile, destinazione Anaurilandia, per lavorare in un ospedale che non ha mai visto un medico e in una zona poverissima. Se lo ricordano ancora adesso, perché «curava le persone come se stesse curando la persona stessa di Cristo», perfettamente in linea con quello che diceva: «Noi che abbiamo Gesù nell’Eucaristia dobbiamo vederlo e curarlo nei nostri fratelli!».
Quando però ad Anaurilandia arrivano altri medici, subito fa le valigie e si trasferisce in Rondonia, a lavorare in un lebbrosario. Qui lo vedono, inginocchiato ai piedi del malato, a pulire e medicare con tenerezza piaghe ripugnanti e maleodoranti senza la minima smorfia: «Mi sento indegno di servire nei malati Cristo crocifisso. Vedo in loro mio padre, mia madre, i miei fratelli, i miei figli», spiega.
Poi si trasferisce nella diocesi di Rio Branco, a fare il medico a Placido de Castro: per i malati è disponibile sempre, loro dicono in modo perfino «esagerato», passando ancora all’una di notte, dopo un’intera giornata in mezzo a loro, a vedere se hanno bisogno di qualcosa, e raccomandando che lo si chiami alla prima necessità «perché sono qui per questo».
nottegarLa sua tenerezza è fatta di piccole cose, che non sfuggono a nessuno: il camminare con gli zoccoli in mano per non svegliare i pazienti e il preparare il caffé per gli ospiti; il sorriso accogliente e le notti in bianco per salvare vite umane; la mano amica per la persona bisognosa, la pacca sulle spalle e il silenzio al posto della critica; la sua capacità di essere, oltre che per il corpo, medicina anche per l’anima e il cuore.
Nel 1982 rientrano in Italia, ma ormai «il Brasile, con i suoi poveri, ci aveva profondamente ferito nell’amore, non riuscivamo più a vivere senza pensare all’indigenza, alla fame, alla povertà, alle malattie dei poveri brasiliani». Abituati ad avere una casa aperta ai preti ed ai religiosi di passaggio, agli amici e magari anche agli amici degli amici, nasce in loro il desiderio di dar vita ad una comunità in cui si preghi e si lavori insieme, in cui ciascuno si senta accolto ed in cui si pensi a chi sta peggio.
Adocchiano nel veronese un vasto caseggiato che potrebbe fare al caso loro, che costa 700 milioni. «Anche noi possiamo vendere tutto e seguire il Signore», dice Sandro, destinando a questo progetto tutta la sua eredità paterna per un valore di 90 milioni. È solito dire che «se noi diamo al Signore tutto ciò che abbiamo, Lui è costretto a metterci tutto il resto» ed in appena sei mesi quel suo piccolo capitale è moltiplicato per sette, esattamente quanto serve. Affidano a Medjugorje il loro progetto alla Madonna, alla quale la famiglia è già da alcuni anni consacrata, e il 15 agosto 1986 nasce la Comunità Regina Pacis.
«Vi lascio la possibilità di studiare fino alla laurea, se vorrete, e vi lascio in eredità il vangelo», dice ad una delle tre figlie esattamente un mese dopo, il 15 settembre, ed è un po’ come il suo testamento: quattro giorni dopo è stroncato da un infarto, ad appena nottegar342 anni. «Papà non era tanto bravo a parlare, a fare grandi discorsi; l’amore per il Signore ce l’ha trasmesso con la sua vita», dicono le figlie.
Oggi la famiglia della Regina Pacis è composta da sette comunità, in Italia, Ungheria, Brasile e in Bosnia, con circa un migliaio di persone da sfamare ogni giorno. «Ci manteniamo con il nostro lavoro e soprattutto con la Provvidenza» spiega Luisa.
La Chiesa di Verona ha avviato l’inchiesta diocesana per la beatificazione di Alessandro Nottegar: aperta il 14 maggio 2007, si è conclusa il 6 giugno 2009 ed è stata convalidata il 23 aprile 2010. La sua “Positio super virtutibus” è stata consegnata il 21 novembre 2013 ed è stata esaminata, con esito positivo, sia dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi, il 14 gennaio 2016, sia dai cardinali e vescovi membri della stessa Congregazione,il 4 aprile 2017.
Il 4 maggio 2017, infine, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui il dottor Nottegar è stato dichiarato Venerabile.

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